La confraternita di San Lorenzo ai Servi di Lucca e l’ospizio a Massarosa
Nel 1487 un atto di oblazione, rogato dal notaio ser Lucenzio di ser Giovanni dei Migliori di Lucca, è contenuto in una pergamena, conservata nel Diplomatico Serviti dell’Archivio di Stato cittadino. Riferisce su una confraternita di Lucca, simile per nascita e sviluppo a altre della Toscana medievale, e in questo caso appoggiata al convento locale dei Servi di Maria.
Ebbe anch’essa origine “dalla commozione popolare, che nei primi e travagliatissimi decenni del secolo decimoquarto, indusse moltissimi, coll’intendimento di placare l’ira di Dio, a vestirsi di sacco ed a pellegrinare da un luogo all’altro con piedi scalzi, funi al collo e battendosi con disciplina”, come si scrive nella pagina dedicata nell’ Inventario del Regio Archivio di Stato in Lucca, IV volume, Raccolte Speciali, 1888.
La devota società, appoggiata a Santa Maria dei Servi, nella cui chiesa i confratelli “facevano orazione, cantavano laudi, ascoltavano prediche, e s’infliggevano asprissime battiture”, assunse poi il titolo della Disciplina di Santa Maria dei Servi e, cresciuto il numero dei partecipanti, ottenne indulgenze e privilegi con la bolla di Benedetto XII del 18 settembre 1356. Passò anche nella vicina e piccola chiesa di San Lorenzo dei Corvaresi nel 1348, prendendo il nome di Santa Maria della Disciplina e di San Lorenzo.
Ceduta poi quest’ultima chiesa ai Servi che volevano ingrandire i loro edifici, ottenne in scambio un terzo luogo sacro posto nel vicinato, Santa Maria degli Avvocati, che fu ripreso nel 1480 dai frati per edificare altre celle ed ingrandire il chiostro. La confraternita allora ottenne un sito sempre presso il convento e fondò il nuovo oratorio col titolo di San Lorenzo martire, “ch’è quello che tuttavia sussiste, addetto al convento delle benedettine, già di S. Giustina” – conclude la scheda dell’Archivio di Stato dopo aver riportato quanto scritto nel secolo XVIII dal canonico lucchese Giuseppe Vincenzo Baroni (1731-1798) nelle sue memorie.
Nei difficili tempi a seguire, e in particolare nel 1801, a causa del patrimonio, per venire in aiuto all’ospedale di Sant’Antonio detto la Quarquonia, la confraternita fu attenzionata dal Governo Democratico, disciolta il 2 settembre 1801 “ed applicati e ammensati i suoi beni all’ospedale suddetto”.
Soppressa la Quarquonia nel 1808, le proprietà confluirono nell’Amministrazione Generale degli Ospizi e Spedali. Le carte invece finirono nell’ Archivio di Stato di Lucca nel 1861.
Questa illustre associazione, che unì numerosi devoti delle migliori famiglie lucchesi, non si occupò solo di liturgia e penitenza, ma anche di fattiva carità cristiana.
Il 21 marzo 1406 ottenne da parte di Ingherame di Dino il patronato di uno spedaletto munito di cinque letti nel paese di Capannori lungo la via Romana. Ridotto in seguito a tre letti – è scritto nell’ Inventario – ospitò “i passeggieri per due notti”. Nel 1778 però fu compreso “nella soppressione, fatta col consenso ecclesiastico, di molti istituti di questa natura a vantaggio dell’Opera del nuovo Camposanto di Lucca”.
Il 20 novembre 1487 – la data dell’oblazione di cui sopra – la confraternita della Vergine Maria e di San Lorenzo risultava patrona a Massarosa di un altro simile ospizio al servizio dei viaggiatori.
Si trovava accanto a una via di lunga percorrenza, la via da e verso Pietrasanta, tratto della Francigena, e ebbe prossima la chiesa di Sant’Andrea, ingrandita proprio in quei tempi – anzi, si noti nella data della pergamena la non casuale vicinanza temporale della festa del santo titolare, il 30 novembre.
Nei secoli confraternita e ospedale fornirono ai peregrinanti l’alloggio ed il lume occorrente per tre giorni e tanta si dimostrò l’utilità del piccolo ricovero che nel 1778 non fu compreso nella citata soppressione.
Leggendo poi il testo del documento del 1487, si trovano altre informazioni su persone e usi connessi alla gestione della struttura.
Vi si apprende infatti come Pietro del fu Bertino Gaggi da Pontremoli, abitante a “Massagrogia” (così si scriveva) per prima cosa, con la moglie Maria, si era legalmente ‘diviso’ dai nipoti con strumento notarile rogato da ser Domenico da Montefegatesi (Bagni di Lucca) nel 1476 o circa.
Quindi, per seconda cosa, a nome proprio e della moglie (di certo entrambi invecchiati e bisognosi di stabilità), “pro qua etiam ad cautelam de rato, promisit amore Dei et gloriosissime Matris Virginis Marie et Sancti Laurentii et pro salute tam anime ipsius Petri quam dicte eius uxoris” (anche a titolo di validità, prometteva, per amore di Dio, della gloriosissima Madre e Vergine Maria e di San Lorenzo, nonché per la salvezza delle anime sia di Pietro stesso che di sua moglie) e, desiderando “Deo famulari et servire”, affidava all’ospedale dei confratelli dei Servi di Lucca “quod ipsa societas habet in comuni Massagrogie se et bona omnia ipsorum (che la stessa società ha nel comune di Massarosa sé e tutti i suoi beni)” per tutta la vita.
Inoltre, volendo “benefacere libere, simpliciter, pure ... dedit, tradidit, cessit, transtulit atque donavit” alla società e alla confraternita e a maestro Andrea del fu Francesco da Lucca suo priore, a ser Tome del fu Cristoforo dei Ricciardi di Lucca sottopriore, a maestro Eliseo del fu Giovanni dei Migliori e a Bernardino del fu Daniele da Lucca, confratelli stipulanti l’atto, i propri beni.
Gli immobili elencati erano delle terre vignate e olivate nel comune di Massagrogia in luogo detto a Fioco (nei pressi di una “redola” – oggi è presente un Fosso Fiocchi –), a Castello con 28 pedali d’ulivi (a confine con il bosco del capitolo di Lucca), a Corbino con 12 piedi d’ulivi (presso i beni dei frati di Fregionaia e del capitolo) e in Mezana (sempre a confine con i frati di Fregionaia).
I beni mobili invece erano: due “vegetes” (botti) da dieci salme cadauna, due altre da sette, una da sei piena di “vino picciuolo”, un’altra da due di aceto, due tini contenenti in tutto due “currum”, due tinelli da una salma ciascuno, tre bigonce, un tinello per farina, un letto fornito con coltre “de surdis cum farsa de tela in modo Prepignani cum copertorio de tela alba pleno stuppa”, quattro lenzuoli, due “capezzalia plena pennis”, una cassa per tenere i panni di lino e di lana, un soppedanio (cassapanca) di st. 18, “unum aenum de ramo” (paiolo di rame) di un barile, “unum lebetem de bronso” (calderone di bronzo) e due coppi d’olio.
Per contro il priore e il sottopriore della confraternita si impegnavano a corrispondere a Pietro e a Maria 27 staia di grano, un “currum” di vino, 16 libbre d’olio e un ducato d’oro l’anno e a concedere come abitazione la “domum” della società “que est iuxta dictum hospitalis” con il patto di tenerla ben coperta affinché non vi piovesse dentro.
Il notaio Lucenzio scrisse la carta a Lucca presso San Martino presenti come testimoni prete Paolo di Cristoforo da Camaiore e Pietro del fu Gaspare da Camaiore.
Paola Ircani Menichini, 28 agosto 2026. Tutti i diritti riservati.
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